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Lettera di P. Cosimo Berlinsani a Maria Caterina Gavotti

AOBG, Roma 9, Vita e scritti di P. Cosimo Berlinsani, 8/4, cc. 72 – 79.

Roma
, 30/09/2017

Roma, 1681 settembre 7


Iesus, Maria, Ioseph.
La Signora Duchessa loda sommamente che Vostra Signoria cavi di Monastero per tempo le zittelle, acciò habbiano maggior commodità di consolarsi insieme.

S.E. mostra grandissimo desiderio di ritrovarsi alla Vestitione, ma dice che se non la fanno la vigilia della Natività non potrà esservi, per dovere in questo giorno vestire un’altra monaca, et io vedendo il desiderio ardentissimo che teneva di esservici, li ho data parola che sarà così; però veda di concludere in questa maniera. Non si lasci però intendere ancora di questo come dell’hora che vuole cavarle dalla Signora Anna Maria, acciò non si habbia da empire tanto presto la Chiesa delli suoi parenti, et ancora quelli di Vostra Signoria non occorre che venghino tanto presto per dare campo a quelle di casa di trattenersi con le Spose.

Circa poi le cose sue proprie, Signora Maria Caterina, a lei mancano quelle virtù, che sono proprie di chi deve vivere in communità, anzi di chi desidera acquistare qualche poco di spirito, cioè: Humiltà, Carità, Patienza et Obedienza. Quando fosse dotata di queste, tutte le cose anderebbono bene e perché queste sono necessarie non solo alle Superiore, ma alle suddite insieme, lei deve procurare di conseguirle, suddita o Superiora che sia per essere.

Signora Maria Caterina, lei sta in grandissimo errore, lei s’inganna apertamente ne’ suoi sentimenti, lei tradisce la Congregatione nelle sue instabilità. Lei paga di ingratitudine chi l’ha tanto beneficata, non solo nella persona sua propria, ma di tutte le sue sorelle.

Se Vostra Signoria non havesse dalla Congregatione riceuto altro benefitio che l’accomodamento di Isabella, doverebbe restarli per sempre infinitamente obligata, aggiunga poi molti e molti altri. Io pure ho fatto qualche
cosa per tutte loro, ma di me non dico che se ne faccia stima alcuna.

Vostra Signoria faccia l’obedienza impostali di non si accostare alla Santissima Communione, rendendosene affatto indegna, con cedere sì bruttamente alle tentationi, dalle quali viene combattuta, né da questa obedienza in modo alcuno si esenti, benché con licenza delli Padri Confessori.

Signora Maria Caterina, et il simile dico a tutte: «Mane in vocatione, qua vocata es»,: altrimente sarà di quelle delle quali dice Giesù Christo nell’Evangelio, che non sono atte per il Regno del Cielo, per havere messo mano all’aratro, e poi per la fatica lasciatolo.

E quello che dico a Vostra Signoria (replico di nuovo) a tutte lo dico: ciascheduna di voi che pensa farsi religiosa, non pensa alla perfettione, ma cede e cade alla tentatione. Chi teme della caduta della Congregatione, fa un grandissimo torto a Giesù Bambino. Starà in piedi, viverà e trionferà a dispetto dell’Inferno tutto, et allora appunto comincierà a trionfare, quando le di lei membra, che saranno quelle che vi resteranno in santa unione e carità, attenderanno con l’intiera osservanza delle regole, al proprio et altrui spirituale profitto. Io non posso dire altro se non che chi ha paura fugga, ma confessi la verità e dica: «Fuggo perché ho paura», e non dica: «Mi voglio far monaca per maggior perfettione, voglio cercare la mia quiete et il mio maggior profitto». Dica: «Fuggo, perché non voglio patire
cosa alcuna per amore di Giesù Christo»; dica: «Fuggo perché non sono stimata come merito».

Signora Maria Caterina, delle prime dodici che furono elette per essere pietre fondamentali e colonne stabili di questo edifitio, ne mancano sei, quando bene ne habbiano da cadere e mancare dell’altre non per questo temerò punto, perché io so benissimo quanto sia potente il braccio di Dio, e che con dui sole dita sa sostenere il mondo tutto, non che una picciola Congregatione.

«Modice fidei quare dubitasti?». E non si accorgono ancora che con la loro poca fede, con la loro debolissima virtù, con la loro strapazzatissima osservanza di Regole, hanno trattenuto il torrente delle divine gratie che non sgorgasse sopra di loro? «Modice fidei quare dubitasti?». Si sono forse credute, che Giesù Bambino sia un fanciullo debole, inabile a defenderle e protegerle dalli loro nemici et avversari? Che sia un Dio di legno, senza mani da provederle, senza piedi per tenerli sempre dietro e sensa occhi per vedere le loro necessità e sensa forze per remediarle?
«Modice fidei quare, quare dubitasti?». Mi dispiace che io facilmente più di ciascheduna di loro haverò mancato di quella fede, che è padrona assoluta di tutte le gratie e di tutte le celesti beneditioni, e per ciò mi chiamo reo di tutte le loro penurie e necessità.

Mi dispiace, e prostrato a’ piedi di Giesù Bambino, ansi prostrato a terra con il Santissimo Bambino Giesù nelle braccia e stretto al petto, dico con il cuore contrito et humiliato: «Adiuva Domine incredulitatem meam». Si accompagnino loro tutte e si unischino insieme con me e non dubito punto che resteremo tutti, quanto prima a pieno consolati.

Fra le molte altre cose, nelle quali temo che con disgusto di Giesù Bambino habbiamo grandemente mancato, credo sia il non havere in tutto questo tempo delli nostri travagli fatta la solita renovatione delli propositi e voto. Ansi piaccia a Sua Divina Maestà che non si siano fatti molti atti contrari, però desidero che si rimedi a questo disordine et inconveniente nella prossima ottava della Natività della Santissima Vergine, e che si faccia con ogni compita solennità e sensa vergognarsi, come forse è stato per il passato, d’essere veduta Sposa coronata di Giesù Christo. Le dico la verità, io non le ho mai vedute fare questa funtione con il fervore et allegrezza, che haverei voluto, cosa che io tengo per fermo habbia non poco disgustato il Santissimo Bambino Giesù; onde si preparino questa volta con maggiore sollecitudine e diligenza, e siano certe che Deus faciet cum tentatione proventum.

Alle hore sette mi sono posto a scrivere ma con sola intentione di avvisarli solamente quello che apparteneva alla funtione delle monache, che però veda che ho scritto sopra tanti foglietti. Io non so quello che mi habbia scritto. Suppongo che Giesù Bambino sia stato il direttore di questa lettera e perciò la conservi per restituirmela, che voglio portarla meco alla sepoltura per farla leggere il giorno del giuditio nella Valle di Giosafat contro quelle che l’haveranno disprezzata, quando Giesù Christo non più picciolo bambino, ma Giudice rigoroso, verrà a giudicare li vivi e morti per rendere a ciascheduno la retributione conforme l’opere che haeverà fatte.

Servo in Christo,
Cosimo Berlinsani